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34 i trapianti di cellule staminali andati a buon fine con Vita 34

34 i trapianti di cellule staminali andati a buon fine con Vita 34

Nel mese di ottobre sono stati eseguiti altri due trapianti utilizzando i campioni di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale e conservati presso i nostri laboratori Vita 34.
Ad oggi, sono 34 i trapianti andati a buon fine grazie alla conservazione delle cellule staminali conservate presso il laboratorio Vita 34.

Il 33° trapianto ha avuto luogo in India. Il paziente è un bambino di 5 anni affetto da Talassemia β maggiore. Per questo paziente è stato utilizzato il campione di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale del fratello appena nato.

Il 34° trapianto ha avuto luogo in Turchia. Il paziente è un ragazzo di 8 anni affetto da alfa-mannosidosi. Per questo paziente è stato utilizzato il campione di cellule staminali prelevate dal sangue del cordone ombelicale del fratello appena nato. I genitori avevano firmato un contratto con la filiale di Vita 34 ApS in Danimarca e il sangue cordonale è stato trattato nel laboratorio di Vita 34 a Lipsia (Germania).

Entrambi i trapianti sono stati effettuati per la prima volta con un campione di sangue separato.

Punti di forza di della nostra realtà aziendale:

Oltre 20 anni di storia: il nostro laboratorio, Vita 34, è il primo laboratorio costruito in Europa
Garanzia di solidità: è un laboratorio pubblico a partecipazione statale tedesca
Assicurazione garantita: il campione è assicurato 50 anni dalla stipula del contratto
Affidabilità e concretezza: 34 rilasci di campioni andati a buon fine
Accreditamenti e certificazioni: il nostro laboratorio, Vita 34, è tra le poche realtà accreditate FACT (Fondazione Accreditamento Terapia Cellulare), l’unica certificazione riconosciuta ovunque, anche in Italia, come si evince dall’articolo 10.2 del Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo (IBMDR), che definisce standard e linee guida per la banca pubblica in Italia. Tale certificazione è essenziale per garantire la qualità del processo di criogenesi del campione, la tecnologia impiegata, e soprattutto il rimpatrio. Cliccando sul seguente link potrà accedere al sito della fondazione Fact Netcord.
Serena Staminali fornisce un servizio professionale e di altissima qualità. Ogni nostra azione è volta al miglioramento costante, al fine di poter venire sempre incontro alle esigenze di tutti i clienti offrendo il miglior prodotto e la soluzione più adeguata ad ogni tipo di esigenza.

                                                                                                    Tabella aggiornata a Novembre 2018

Trapianto di cellule staminali di successo grazie a Vita 34

Trapianto di cellule staminali di successo grazie a Vita 34

Dal mese di aprile uno stagista molto speciale ha iniziato a lavorare per Vita 34 il sedicenne Jan Hömme.

Jan e Arne sono fratelli che hanno qualcosa in comune di molto speciale. Per combattere la sua malattia del sangue, a Jan sono state trapiantate le cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale del fratello minore.

Jan è affetto da anemia aplastica dall’età di 3 anni, una malattia caratterizzata dall’insufficiente produzione nel midollo osseo di cellule del sangue di tutti i tipi o selettivamente di globuli rossi. “Quando Jan è nato, non avevamo idea che potesse essere di vitale importanza per lui conservare il suo cordone ombelicale per applicazioni terapeutiche. La sua malattia ci ha sensibilizzati all’enorme valore delle cellule staminali del cordone ombelicale “, riferisce la madre Annette Hömme. Quando aspettava il suo secondo figlio, i dottori informarono i genitori di predisporre un deposito di cellule staminali per il fratello. I fratelli sono i donatori ideali per le terapie con cellule staminali, perché il rischio di rigetto è molto più basso per il ricevente rispetto ad altri tipi di donatori.

 

 

Quando la salute di Jan peggiorò i medici, presenti alla Scuola di Medicina di Hannover, prelevarono il sangue del cordone ombelicale per il trapianto. Un corriere ha consegnato il prezioso trasporto direttamente tramite corriere al centro trapianti, dove è stato preparato per l’applicazione. Il sangue del cordone ombelicale è stato trapiantato insieme a una piccola quantità di midollo osseo liquido lo stesso giorno. In un tempo relativamente breve, i risultati degli esami del sangue di Jan sono migliorati e ha lasciato l’ospedale con buone prospettive.
Grazie al trapianto di cellule staminali, la qualità della vita di Jan oggi è quasi identica a quella di altri ragazzi che non hanno sofferto di una grave malattia.

La sua esperienza ha stimolato l’interesse di Jan per la scienza e in particolare per la banca di cellule staminali Vita 34. Jan, che ora ha sedici anni e frequenta il liceo, ha quindi iniziato uno stage presso il dipartimento di ricerca e sviluppo di Vita 34 durante le sue vacanze autunnali: ” Non vedo davvero l’ora di incontrare personalmente il team Vita 34 e il suo lavoro. L’applicazione terapeutica delle cellule staminali ha influenzato la mia vita in modo vitale e positivo. Sono molto grato ai miei genitori, a mio fratello e a Vita 34 per questo. “E sarà un’esperienza davvero speciale per i dipendenti di Vita 34 vedere il valore della loro professione davanti ai loro occhi.

Terni, primo trapianto con cellule staminali

Terni, primo trapianto con cellule staminali

Iniettate nel cervello di un paziente affetto da sclerosi multipla secondaria progressiva nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale Santa Maria, diretta da Sandro Carletti

Nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale Santa Maria di Terni, mercoledì 17 gennaio, è stato sottoposto a trapianto con cellule staminali cerebrali umane il primo paziente affetto da sclerosi multipla secondaria progressiva. La notizia è stata diffusa dall’associazione Revert Onlus, diretta dal professor Angelo Vescovi.

Si tratta di uno studio clinico di Fase 1 ideato e coordinato dal professor Angelo Vescovi (direttore scientifico dell’ospedale Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo), in cui il paziente, reclutato dall’equipe dello stesso ospedale, diretta dal dottor Maurizio Leone, ha ricevuto l’iniezione di cellule staminali nei ventricoli cerebrali laterali, cavità del sistema nervoso centrale contenenti il liquido cerebrale, una strategia che ne favorisce la diffusione in tutto il sistema nervoso. Il trapianto è avvenuto al termine di un periodo di osservazione di tre mesi, necessario a dare il via libera al trattamento, eseguito dal dottor Sandro Carletti (responsabile del reparto di Neurochirurgia dell’ospedale Santa Maria di Terni).

Trattamento con le cellule staminali

Il trattamento è avvenuto senza alcuna complicazione, in regime di sedazione profonda. Al termine dell’operazione il paziente è stato tenuto sotto stretta osservazione per 48 ore prima di essere dimesso.

Segue ora un periodo di monitoraggio che prevede controlli mensili nel primo anno e semestrali nei successivi 5 anni dall’intervento. Queste analisi serviranno ad attestare la sicurezza e tollerabilità del trattamento cellulare, scopo primario della sperimentazione di Fase 1.

 «Siamo lieti, ma anche orgogliosi di aver fatto un altro passo in avanti nel tentativo di sconfiggere patologie neurologiche devastanti  per le quali attualmente non esiste una terapia efficace», ha dichiarato il professor Angelo Vescovi, fondatore dell’associazione. «Consci di essere all’inizio di un cammino complesso, avanziamo con cautela, garantendo prima di tutto la sicurezza dei pazienti che si affidano con coraggio a terapie pionieristiche, seppur sostenute da solidi dati preclinici. Per quanto si tratti di una sperimentazione di Fase 1, abbiamo costruito il disegno sperimentale in modo da avere qualche probabilità di potere evincere eventuali effetti neurologici. Questo potrà allungare i tempi del trial ma, siamo convinti che ne valga la pena». Il professore ricorda che la sperimentazione, gratuita per i pazienti che vi prenderanno parte, vede il coinvolgimento di centri di d’eccellenza quali, in Italia, l’Irccs ‘Casa sollievo della sofferenza’, centro coordinatore dello studio, l’ospedale Santa Maria di Terni, e in Svizzera l’ospedale civico di Lugano. Le spese per la sperimentazione sono sostenute in pieno dall’Irccs con il supporto dalla fondazione ‘Cellule staminali’ e dell’associazione Revert Onlus.

Fonte

 

Staminali mesenchimali e cardiotrofina per trattare il cuore colpito da infarto

Staminali mesenchimali e cardiotrofina per trattare il cuore colpito da infarto

All’ICGEB di Trieste si studia come trattare il cuore dopo un infarto del miocardio, esplorando anche le potenzialità dei trapianti di cellule staminali

L’infarto miocardico è oggi la causa più frequente di mortalità numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame nel mondo occidentale. In Italia, nella popolazione compresa tra i 35 e i 74 anni, i decessi causati da una cardiopatia ischemica sono il 12% dei decessi totali, mentre quelli per infarto acuto rappresentano l’8%. Come si tratta un cuore colpito da infarto del miocardio e quali sono i filoni della ricerca scientifica che se ne occupano? Ne abbiamo parlato con Francesca Bortolotti, ricercatrice all’ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology) di Trieste e nuova protagonista della rubrica dedicata alla ricerca scientifica triestina, che ha da poco pubblicato uno studio sul tema sulla rivista Circulation.

Quali sono i limiti attuali nel trattamento dell’infarto del miocardio?

Al momento il grosso problema è che i farmaci a disposizione sono abbastanza vecchi. L’aggiornamento medico ha fatto passi da gigante nell’ambito chirurgico e il paziente viene rivascolarizzato in fretta. Anche i farmaci sono efficaci, ma nessuno è in grado di riparare il danno che avviene dopo l’infarto, quando in breve tempo muoiono le cellule con capacità contrattile, i cardiomiociti. I farmaci sono in grado di limitare l’avanzamento della patologia ma non di curarla: se la cellula muore non possiamo sostituirla, perché normalmente le cellule cardiache di un adulto non si dividono. Dopo la fase acuta il cuore va incontro a una serie di rimodellamenti patologici che portano allo scompenso cardiaco, molto diffuso nella popolazione.

Che direzioni sta prendendo la ricerca di base al riguardo?

Gli approcci nella ricerca di base sono tre: fare in modo che le cellule non muoiano subito dopo il danno, cercare di riattivarne la divisione veicolando vari tipi di molecole terapeutiche (microRNA) o cercare di sostituirle con altre cellule con la stessa funzione. Nel laboratorio di medicina molecolare cerchiamo di approcciare questi tre grandi argomenti, io mi occupo dell’approccio che sfrutta cellule staminali. Cerchiamo di somministrare cellule dall’esterno, per sostituire o supportare il cardiomiocita.

Quali sono gli obiettivi della vostra ricerca e i risultati dello studio che avete pubblicato sulla rivista Circulation?

Finora abbiamo lavorato con le staminali mesenchimali, cellule che hanno un potenziale di rilascio di molecole angiogeniche [che stimolano la formazione di vasi sanguigni] e antiapoptotiche [inibiscono l’apoptosi, la morte cellulare programmata], capaci quindi di ridurre il danno cardiaco. Tutti gli approcci che le riguardano, però, hanno una grossa limitazione: ne viene iniettata una grande quantità ma sono pochissime quelle che rimangono nel tessuto perché l’attecchimento – quello che chiamiamo engraftment – con queste cellule è scarso. E se vengono spazzate via, nel cuore ancor di più perché si contrae, non c’è alcun effetto.

Grazie al nostro studio abbiamo trovato un modo molto particolare e completamente nuovo per testare nuovi geni, in grado di modulare la capacità delle cellule di sopravvivere nel cuore infartuato. Negli ultimi decenni tanti hanno cercato di aumentare la vitalità delle cellule staminali mesenchimali e la capacità protettiva che hanno una volta iniettate, ma usando fattori già noti, ad esempio regolando prima dell’iniezione le proteine antiapoptotiche. Noi invece abbiamo testato decine e decine di geni per vedere quale fosse il migliore, ma senza sapere cosa faceva ciascuno di loro. In laboratorio abbiamo una collezione di tutti i fattori che vengono secreti dalle cellule murine: la nostra idea era usare dei vettori virali adeno associati (AAV) per mettere i geni nelle cellule mesenchimali, in modo che ognuna esprimesse in modo casuale uno di questi fattori. Come risultato ognuna ne avrebbe espresso uno in modo ottimale: ci aspettavamo che, se uno dei fattori avesse fatto qualcosa, la cellula sarebbe riuscita a sopravvivere nel tessuto danneggiato. E così è stato: dopo tre settimane dall’induzione dell’infarto e dalla somministrazione delle cellule siamo andati a vedere quali erano sopravvissute e le abbiamo sequenziate con una tecnica di next generation sequencing.

Così abbiamo identificato la cardiotrofina, che se viene somministrata alle cellule mesenchimali come vettore virale terapeutico – o come proteina ricombinante – aumenta di molto la sopravvivenza delle cellule nel tessuto, fa sì che aderiscano meglio e evitando che muoiano per apoptosi. Così possono continuare a rilasciare fattori cardioprotettivi che permettono di migliorare i parametri ecocardiografici.

Nella vostra ricerca avete usato le cellule staminali mesenchimali. Di cosa si tratta?

Le mesenchimali sono cellule su cui si è dibattuto molto perché all’inizio si pensava fossero capaci di differenziarsi in tanti altri tipi cellulari. In realtà hanno un potenziale multipotente: possono originare il tessuto adiposo, quello cartilagine e quello osso, ad esempio, ma non possono diventare cardiomiociti perché il loro stadio di differenziamento è troppo avanzato. Se prendessimo, ad esempio, le cellule staminali embrionali, quelle potrebbero originare qualsiasi tipo di cellula. Le mesenchimali sono presenti in tanti tessuti, dove hanno funzione di riparazione e supporto. Se utilizzate nel muscolo scheletrico o in quello cardiaco hanno la capacità di rilasciare tante molecole legate alla formazione di vasi sanguigni, capaci di inibire la morte cellulare o di ridurre l’infiammazione. Hanno un effetto paracrino: non sono benefiche perché diventano un altro tipo cellulare, bensì perché rilasciano qualcosa che ha un effetto positivo sul tessuto.

Perché lavorate con fattori secreti?

Nell’ambito clinico ci sono tante proteine che vengono usate come ricombinanti, ad esempio gli ormoni, che agiscono quando vengono messi in circolo e svolgono un’azione esterna alla cellula segnalando qualcosa al suo interno. Abbiamo testato dei geni che corrispondono a proteine con queste funzioni e che per questo potrebbero essere somministrate come fattori ricombinanti – e non come fattori virali – direttamente al paziente.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Fin dall’inizio del progetto sapevamo che erano stati sviluppati vari modelli cellulari più vicini all’applicazione pre-clinica rispetto al nostro e per questo ora, nella nuova fase del lavoro, ci siamo spostati su un altro tipo cellulare e con un’idea un po’ diversa. Stiamo collaborando con un gruppo di ricerca americano specializzato nella ricerca su cardiomiociti umani ottenuti dalla differenziazione di cellule staminali pluripotenti indotte. Quando lavorano con queste cellule hanno sempre un grosso problema, ovvero che muoiono rapidamente dopo la somministrazione. Per questo ci hanno chiesto di applicare il nostro modello di ricerca sulle nuove molecole al loro approccio, che è più vicino alla clinica. In questo modo siamo passati a un livello di indagine più avanzato e l’obiettivo è testare più di 1.200 geni diversi per arrivare a identificarne uno o due che possano essere usati come fattore per aumentare la sopravvivenza delle cellule. Non più cellule murine mesenchimali ma cardiomiociti umani.

FONTE

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